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E sempre cosí la notte che precede la prima uscita dell’anno a beccacce. La passo in uno stato di agitazione ed eccitazione e giro e rigiro nel letto. Come se fosse la prima volta. In 20 anni di licenze di caccia tante sono le storie che potrei raccontare, alcune sono giornate memorabili, altre da dimenticare, ma forse questo è il bello della caccia, non si sa mai cosa ti aspetta. Se dovessi raccontare una giornata particolarmente bella non saprei quale scegliere tra le tante. Sarebbe facile raccontare di fantastici carnieri e indimenticabili cacciate con gli amici di sempre, immortalate da foto che con il passare degli anni non hanno più il significato di grandezza, ma forse di malinconia nel rivedere vecchi amici e grandi cani.
Si, cani, la cosa più importante per un cacciatore di beccacce. Grandi cacciatori dicevano che avere nella vita un grande cane è una gran fortuna e allo stesso tempo una maledizione. Questo perché alla sua scomparsa sara difficile sostituirlo. Nella mia ancora poca e giovane esperienza da cacciatore posso dire di essere un fortunato. Da circa 15 anni collaboro e organizzo la caccia in Bulgaria e da 8 anni per l’agenzia venatoria Favia e quindi ho tantissimi ricordi di grandi cani sia miei che di clienti amici.Quando ci si trova davanti a un gran cane e sta in mano ad un altro cacciatore il primo sentimento che si prova è l’invidia, ma credete, se riuscirete a superarla dovete solo sfruttare la fortuna di cacciare con lui e imparare da lui, si, imparare, perché come ogni gran cacciatore sa un gran cane ci insegna ad andare a beccacce.
Torniamo ora ad una giornata da ricordare. Era l’annata di caccia 2005, un’annata veramente strana, le beccacce erano introvabili, come fantasmi nei famosi posti di passo e latitanti nei luoghi di svernamento, né alte in montagna, né basse sul mare, scomparse. Tra i vari cacciatori che ci erano venuti a trovare erano diverse le teorie e le spiegazioni che provavano a dare-temperature troppo alte, una brutta annata per le covate, cambi di migrazione-un po’ di tutto, ma niente che potesse spiegare tutto ciò. Dopo vari giorni di cacciate in bianco decidiamo con Nadia di non far arrivare altri gruppi. E un po’ delusi ormai quasi a fine novembre eravamo decisi a togliere le tende e tornare a casa.
Ma ecco la telefonata che cambia una stagione e poi in futuro anche le altre. Un uccellino amico di Nadia ci segnala una regione dove la settimana prima erano stati registrati alcuni abbattimenti da cacciatori locali poco esperti in questa caccia. Che facciamo? Inutile dirlo, alle 4.30 del mattino dopo caricati i fedeli compagni Bimba e Ben, i miei due setter tricolori che tante soddisfazioni mi hanno dato con quasi 2 ore davanti di furgone e il cuore in gola per l’emozione partiamo. L’appuntamento è in un piccolo paese al confine turco e ad aspettarci c’è un pastore locale esperto della sua montagna, che sara la mia guida. Da quando siamo partiti il nevischio misto a pioggia non ci ha mai lasciati, ma reduci di settimane di secca e temperature alte dava alla giornata un fascino particolare. L’incontro davanti al piccolo ufficio caccia si prolunga più del dovuto per un cacciatore che ormai non sta più nella pelle al pensiero di esplorare zone poco battute o addirittura vergini a cacciate alla regina. Dopo l’ok del direttore, permesso alla mano si parte col furgone per gli ultimi 3 chilometri che mi dividevano da una delle più belle giornate di caccia della mia vita. Lascio Nadia nel furgone che legge un libbro che ancora piove.
Ricordero sempre lo sguardo del capocaccia al partire del primo fischio del falco che avevo impostato ai biper dei cani. Il mio poco bulgaro e il suo niente italiano non mi permettevano di spiegare il funzionamento di quei strani collari che ogni 20 secondi sembravano squarciare un silenzio quasi da favola. Grazie a Dio dopo 5 minuti un aiuto me l’ha dato uno dei cani che va in ferma in una faggeta e viene subito rispettato dall’altro e lì comincia la musica. Puoi averne vissute 1000 di queste scene, ma ogni volta sembra la prima e l’agitazione sale, le pulsazioni aumentano, cerchi il posto migliore dove piazzarti, ma hai paura che ogni movimento falso potrebbe far volare lei, la regina. Ogni passo in più è traguardo raggiunto tra te e lei, cerchi di capire dove trovera la via di fuga. Ma quasi sempre ti smentisce, speri sempre di essere nel posto giusto al frullo, ma la regina decide di partire quasi sempre scartando e lasciandoti di stucco ad imbracciare e lasciare partire un doppietto improponibile tra i rami e i fantasmi. Fortuna ha voluto che quel giorno ha avuto la meglio la mia squadra e vedere Bimba che tornava a testa bassa con la regina in bocca ha fatto scaricare in me tutta la tensione accumulata nell’ultimo periodo di magra. Ricordo ancora, era una bellissima bekka grassa e testimone di un terreno buono per svernare, pieno di quei gustosi lombrichi di cui ne vanno matte. L’amico accompagnatore mi chiede di osservarla da vicino e mi garantisce che ce ne sono altre che lui muove sempre pascolando le sue bestie tra i fossi, i rovi e le colline circostanti. E così è, riesco ad incontrare una decina di beccacce e ne abbatto 5, metto una gran paura ad una lepre che tra i suoi sassi scarta le mie fucilate con una facilità scolastica e decido che per quel giorno può bastare.
Al ritorno nascondo a Nadia il carniere e bleffando le provoco una gran tristezza nello sguardo che scomparve da lì a poco quando la guida non riuscendo a capire lo scherzo che le stavo tirando spiffera tutto in bulgaro e dice che ne ho prese 5, ma potevo fare molto di più. Con la gioia alle stelle scattano le telefonate ai tanti amici in Italia in attesa solo di un ok per partire. Da quell’anno in quella regione abbiamo registrato grandissime settimane di caccia e abbiamo legato con gli abitanti del posto. Un forte e duraturo rapporto di lavoro sfociato anche in amicizia. Non nascondo che un po’ di gelosia per quei posti mi è venuta e tante volte penso che forse quel giorno avrei dovuto lasciarle volare quelle bekke, ma poi mi dico che se tutta la caccia viene praticata nel massimo rispetto sia per l’ambiente dove si va che per le persone che ci ospitano è giusto che ne godano tutti.